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La tutela del risparmio dopo i casi Argentina e Parmalat

Introduzione

Andamento del risparmio in Italia

Il risparmio familiare

Come si giustifica la tutela del risparmio familiare

Le aggressioni al risparmio

L’inflazione

Gli abusi del fisco

Gli espropri

Il comportamento dei collettori di risparmio

Argentina

Parmalat

I rimedi

Bibliografia

La tutela del risparmio dopo i casi Argentina e Parmalat

Andamento del risparmio in Italia

Il risparmio accantonato dalle famiglie italiane ha rappresentato per molti decenni la componente di gran lunga il più importante del risparmio nazionale, sia per entità relativa sia per stabilità nel tempo. Ma la tutela del risparmio familiare merita particolare attenzione da parte dei pubblici poteri anche per gli importanti valori morali e di solidarietà sociale insiti nella famiglia. Giovanni Paolo II sosteneva che la famiglia rappresenta la più importante istituzione sociale (Zampetti 1996).[2]

Osserviamo ora la situazione del risparmio in Italia negli ultimi decenni. Il tasso di risparmio nazionale lordo, partito da una media del 22,4% nel decennio 1981-1990, è sceso al 20,7% nel decennio successivo. Il graduale declino è continuato nei primi anni del nuovo millennio con un 20,2% nel 2001, un 19,9% nel 2002 ed un 18,7% nel 2003. Se si disaggregano le componenti del risparmio nazionale possiamo notare come in passato il risparmio pubblico abbia assunto per molti anni valori negativi (-6,4% del reddito lordo disponibile nel decennio 1981-1990; - 3,3% nel decennio 1991-2000) e solo a partire dal 2001 abbia invertito la tendenza.

In sostanza nell’ultima parte del secolo XX il settore in parola, in Italia, non solo non ha risparmiato, ma ha distrutto risparmio privato. Il risparmio delle imprese assume normalmente valori positivi, ma sino alla metà degli anni ’90 ha rappresentato mediamente una componente minore del risparmio privato e perdipiù una componente soggetta ad oscillazioni cicliche (Mazzocchi 1957). Si tratta inoltre di un flusso di risparmio che, da solo, non è, sufficiente ad alimentare in toto gli investimenti del settore nel cui ambito si forma. Risulta quindi evidente il ruolo cruciale tuttora svolto dal risparmio che si forma nelle famiglie italiane. Negli ultimi decenni, tuttavia, si è evidenziata una tendenza ad un lento declino del contributo relativo offerto dal risparmio familiare. Il tasso di risparmio familiare nel decennio 1981-1990 corrispondeva mediamente al 22,4 % del reddito lordo disponibile, con una punta annuale del 30%, un valore fra i più elevati nel contesto internazionale. Paradossalmente, il suo ammontare complessivo perveniva a superare quello dell’intero risparmio nazionale.

Nel decennio successivo (1991-2000) il tasso medio di risparmio familiare scendeva al 14% per attestarsi poi attorno all’8% nei due anni successivi ed avvicinarsi al 9% nel 2003. La consistenza della ricchezza lorda delle famiglie corrisponde a circa sei volte il PIL e tale ricchezza è composta per circa un terzo da attività finanziarie. Alla fine del 1995 le famiglie italiane possedevano 1.712 miliardi di euro di attività finanziarie. Di queste attività finanziarie facevano parte 446 miliardi di euro in titoli pubblici, 182 miliardi di euro in titoli privati, azionari ed obbligazionari, emessi da imprese, 68 miliardi di euro in quote di fondi comuni e 558 miliardi di euro in depositi ed altre forme di raccolta bancaria (Fazio 2004). Alla fine del 2002 il quadro era mutato: le attività finanziarie delle famiglie corrispondevano a 2.494 miliardi di euro, di cui i titoli pubblici solo 218 miliardi di euro.

Il declino del saggio di risparmio familiare è l’effetto di una serie di cambiamenti che si sono manifestati nella società e nell’economia italiane. Numerose sono le variabili economiche, politiche, demografiche e sociali che hanno contribuito a generare questa tendenza nella dinamica del risparmio delle famiglie. Ricordiamo in particolare l’aumento della pressione fiscale, lo sviluppo del credito bancario alle famiglie, per l’acquisto della casa e per i consumi, e le variazioni intervenute nella composizione delle forze di lavoro, imputabili, queste ultime, a due fenomeni: la femminilizzazione e l’immigrazione. L’aumento del tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro ha contribuito a diminuire il saggio di risparmio familiare attraverso i seguenti meccanismi:

a) una parte dell’incremento del reddito familiare prodotto dal lavoro extradomestico della donna (dato reddituale che la contabilità nazionale sopravvaluta non tenendo conto della contestuale diminuzione del lavoro svolto nell’ambito domestico) è assorbita da costi funzionali sostenuti per l’espletamento del lavoro esterno, da costi per consumi opzionali indotti ricollegabili con l’attività lavorativa esterna, da costi determinati da minore efficienza nella gestione dell’azienda domestica ed infine da costi per acquisire beni e servizi che in precedenza erano prodotti dalla donna nell’ambito domestico;

b) la presenza di un secondo percettore di reddito in seno alla famiglia può aver ridotto l’incertezza sui redditi futuri e causato per questa via una riduzione della parte di risparmio accantonato con finalità precauzionali (Guiso e Jappelli 1990).

Risulta maggiormente difficile valutare gli effetti sul risparmio familiare derivanti dalla crescente presenza in Italia di lavoratori stranieri, regolari o privi di permessi di soggiorno. E’ indubitabile che gli immigrati concorrono alla formazione del risparmio familiare, ma si hanno ancora incerte informazioni sulle loro scelte di consumo e di risparmio, perché entrano in gioco comportamenti non uniformi imputabili anche alle diversità etniche. E’ inoltre probabile che questi lavoratori inviino ai paesi di origine una quota rilevante del loro risparmio. I risparmi sono esportati sotto forma di rimesse percorrendo sia canali formali sia canali informali. I canali infomali sono, tuttavia, una scelta obbligata per gli immigrati irregolari.Col trascorrere del tempo tuttavia una parte degli immigrati troverà definitivo insediamento nel nostro paese con il ricongiungimento dei nuclei familiari e si affievoliranno, di conseguenza, i flussi di capitale in uscita (Mauri 1996).


[2] Con particolare riferimento al risparmio familiare è opportuno ricordare la posizione della Chiesa. Si legge nella Rerum Novarum: “La natura impone al padre di famiglia il dovere sacro di nutrire e di mantenere i figli. Siccome i figli riflettono la fisionomia del padre e sono una specie di prolungamento della sua persona, la natura gli ispira di preoccuparsi del loro avvenire, di creare loro un patrimonio che li aiuti a difendersi nella traversata pericolosa della vita, contro tutte le sorprese dell’avversa fortuna. Potrebbe creare questo patrimonio senza l’acquisto e il possesso di beni permanenti e produttivi che possa trasmettere per via d’eredità?”

Documento del Prof. Arnaldo Mauri

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