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La realtà inventata...non dalla psicologia ma dalla. fisica!

l'esperimento della Oak School

Eredità psichica

La relazione fra l'anima e la coscienza

Lucian Cordaro e J.R. Ison

Trasmissione psichica di informazioni

Margins of Reality

La non localizzazione

Il Teorema di Bell e la Meccanica quantistica

Dimostrazione del Teorema di Bell

Modelli della realtà in sintonia con il Teorema di Bell

La visione popolare della mente

L'esperimento Erwin Schródinger

L'ipotesi di Everett-Wheeler

Eugene Wigner

Conclusioni sull' esperimento Schródinger

I teoremi di Kurt Godel e Einstein

Lo spazio quadridimensionale

La Teoria della Relatività Generale

Concezioni anticonvenzionali

Henry Margenau, Werner Heisenberg e David Bohm

Scienza e coscienza

La Mente Universale

Gli Ologrammi di Dennis Gabor

La forma: da dove proviene?

Rupert Sheldrake: Una nuova scienza della vita

Plasmati da campi morfogeni

Creatività del processo evolutivo

Gli esperimenti di William Mc Dougall

Conclusioni

La realtà inventata...non dalla psicologia ma dalla. fisica!

Eredità psichica

Elaborando per decenni la propria vita psichica, nonché trattando migliaia di pazienti e analizzando i loro sogni, Jung giunse alla certezza che l'umanità possiede una precisa eredità psichica. Essa consiste di fenomeni fondamentali per la vita che si esprimono a livello psichico, cosi come altre caratteristiche ereditarie si manifestano a livello fisico.

Tali fenomeni comprendono «fattori psichici» che non sono limitati a singole persone, famiglie o razze. Queste «predisposizioni universali della mente» sono analoghe alle forme di Platone o alle categorie logiche che sono dovunque presenti come postulati fondamentali della ragione: la differenza consiste nel fatto che sono categorie dell'immaginazione, non categorie della ragione. Mutuando il termine da Sant'Agostino, Jung le chiamò archetipi. Esse abbondano nella vita di ciascuno e assumono la forma di motivi familiari: storie religiose, miti, sogni, fantasie spontanee e visioni. Lo strato inconscio della psiche è composto di queste forme dinamiche universali che Jung chiamò inconscio collettivo.

Secondo Jung l'inconscio collettivo presenta le caratteristiche della mente ctonica che finora abbiamo visto. Esso non potrebbe essere definito nello spazio o nel tempo, e trascende l'individualità singola per abbracciare tutte le menti. Come egli scrisse: «L'inconscio... ha il suo 'tempo' poiché passato, presente e futuro si fondono assieme in esso».


Non c'è dubbio che Jung credeva anche nel concetto della Mente Unica, ctonica. «Giacché tutte le distinzioni svaniscono nella condizione inconscia», affermò, «è logico che anche la distinzione fra menti separate dovrebbe scomparire. Dovunque c'è un abbassamento del livello conscio, riscontriamo casi d'identità inconscia.»
Jung si rendeva conto che una delle manifestazioni comuni della mente inconscia era il fondamentale senso mistico di unicità e di unione con tutto quello che contiene.

Questa esperienza, come lo stesso inconscio collettivo, era universale. Jung la chiamò: «il farsi uno trascendente»; un'esperienza che metteva una persona in contatto con la Mente Unica. Ma in definitiva questa Mente Universale e la mente singola erano una sola e la medesima.


«Significa [questo] che la Mente non è che la nostra mente? 0 che la nostra mente è la Mente? Indubbiamente è vera la seconda ipotesi... non c'è un peccato di orgoglio in ciò; al contrario, è una verità perfettamente accettata [in Oriente], mentre da noi [in Occidente] essa equivarrebbe a dire 'io sono Dio'».
Ma anche se può sembrare blasfemo per l'occidentale riconoscere una cosa del genere, sottolineò Jung, era nondimeno un'«incontestabile esperienza mistica» presente in tutte le tradizioni religiose, sia orientali sia occidentali.


Jung credeva fermamente nell'immortalità, e questo si armonizzava con la sua certezza che la Mente è al di là delle limitazioni del tempo. «[La nostra] psiche si spinge fino a una ragione che non subisce le costrizioni del mutamento nel tempo né delle limitazioni dello spazio», dichiarò. «I due elementi del tempo e dello spazio, indispensabili per il cambiamento, sono relativamente privi d'importanza per la psiche... [La] psiche è fino a un certo punto non soggetta alla corruttibilità».

Ma la situazione è paradossale: per poter conoscere l'immortalità dobbiamo ugualmente renderci conto che siamo mortali. «La sensazione dell'infinito», ribadì, «...può essere raggiunta soltanto se perveniamo a un massimo grado di limitazione. Quando ci riconosciamo come unici... cioè in ultima analisi limitati... possediamo anche la capacità di diventare consci dell'infinito. Ma solo allora!».
Rivolgere l'attenzione alle manifestazioni della Mente atemporale era per Jung il dovere catartico di ogni essere umano.

Questo compito è particolarmente arduo nella nostra epoca perché abbiamo spostato tutto il nostro interesse sul «qui e adesso»: sul fare, sul consumare, sull'aspetto pratico della vita, sul «progresso» materiale. Ma la Mente Una non può essere inscatolata nel «qui e adesso», perché è infinita ed eterna. E, poiché la sua «qualità» di spazio e tempo è diversa da quella a cui attribuiamo comunemente valore, ce ne troviamo esclusi. Il risultato è patologico: noi siamo diventati vittime dei nostri impulsi inconsci, il nostro mondo è stato reso un inferno. Al contrario, il nostro compito nella vita, insegnò Jung, è «esattamente l'opposto: diventare consci dei contenuti che premono dall'inconscio». Dobbiamo «creare sempre più coscienza».

Solo in questo modo possiamo realizzare «l'unico scopo dell'esistenza umana [:] ... accendere una luce nelle tenebre della vera esistenza». Jung non era d'accordo con la tendenza delle religioni occidentali di considerare l'anima come qualcosa di pietosamente piccolo, indegno, personale e soggettivo e mise in rilievo le contraddizioni intrinseche di questa concezione.

Com'era possibile, per esempio, che un'entità tanto piccola e indegna fosse immortale? Intorno a noi, ribadì, ci sono prove che è vero il contrario: l'anima è meravigliosamente illimitata. Ed egli dedicò un'intera vita all'impresa di accumularle. Poté così concludere: «L'anima sicuramente non è piccola; è invece la stessa radiante Divinità».

Stefano Calamita

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